Inazione, green deal e AI Act: l’Europa è Ancora Addormentata

Alessandro Angelone
6 Min Read

Introduzione: Un Anno Dopo, la Sveglia Suona Ancora a Vuoto

È passato un anno da quando Mario Draghi ha presentato il suo monumentale rapporto sulla competitività europea, un documento concepito come una vera e propria sveglia per un continente a rischio di “lenta agonia” nella sfida globale tra Stati Uniti e Cina. Quel suono, tuttavia, sembra essere risuonato nel vuoto.

Il bilancio che lo stesso Draghi ha tracciato in occasione dell’anniversario del suo report è impietoso e descrive un quadro di sostanziale inazione, se non di peggioramento delle condizioni. L’urgenza di allora si è trasformata oggi in una critica ancora più affilata, un avvertimento che suona quasi come un’ultima chiamata.

Questo articolo distilla i quattro punti chiave, i “takeaway” più impattanti e in alcuni casi sorprendenti, emersi dalla nuova diagnosi dell’ex presidente della BCE, che non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. Le sue parole sono una fotografia spietata della realtà:

“Un anno dopo, l’Europa si trova in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo, le vulnerabilità aumentano, e non esiste un chiaro percorso per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

L’Inerzia Travestita da Procedura

Il cuore della critica di Draghi è la paralizzante lentezza dell’Unione Europea, un’accusa puntata non solo contro Bruxelles ma direttamente contro i “governi che non sono consapevoli della gravità della situazione“. Imprese e cittadini, sottolinea, sono delusi dalla palese incapacità del continente di tenere il passo dei suoi competitor. Questa frustrazione è supportata da dati concreti e allarmanti: secondo una mappatura del think tank Epic, ad oggi solo l’11% delle 383 raccomandazioni contenute nel rapporto è stato pienamente implementato.

Ciò che rende questa inerzia ancora più grave, secondo Draghi, è il modo in cui viene giustificata. L’ex premier accusa l’establishment di mascherare l’immobilismo dietro un presunto rispetto delle regole, trasformando una debolezza in una finta virtù. La sua condanna è netta:

“Talvolta l’inerzia viene persino presentata come rispetto dello stato di diritto… questo è autocompiacimento. Continuare come se nulla fosse equivale a rassegnarsi a rimanere indietro”.

La Soluzione Proibita: il Ritorno del Debito Comune

Per spezzare questa paralisi, Draghi rispolvera un suo vecchio cavallo di battaglia: il debito comune europeo. L’idea, nota anche come “Eurobond”, torna prepotentemente sul tavolo come strumento essenziale per finanziare quelle iniziative strategiche che i singoli Stati non possono più sostenere da soli. Lo scopo è emettere debito a livello comunitario per finanziare progetti congiunti in settori chiave che aumentano la produttività.

Ma è qui che si cela il dettaglio politicamente più dirompente: Draghi suggerisce che questa emissione congiunta potrebbe avvenire non solo a livello di Unione, ma anche attraverso “coalizioni di Stati ‘volenterosi’“. Si tratta di un’apertura strategica a un’Europa a più velocità, un modo per superare i veti e l’unanimità che spesso bloccano le decisioni cruciali, permettendo ai Paesi più ambiziosi di procedere.

La Transizione Green ha Bisogno di Pragmatismo, non Dogma

Forse uno dei punti più controintuitivi dell’analisi di Draghi riguarda la transizione ecologica. L’ex premier invoca un approccio “flessibile e pragmatico”, mettendo in guardia contro un’impostazione dogmatica che rischia di essere controproducente.

L’esempio del settore automotive è illuminante. La scadenza del 2035 per le auto a emissioni zero avrebbe dovuto innescare un “circolo virtuoso”: investimenti massicci in infrastrutture di ricarica, un rapido calo dei prezzi delle auto elettriche e lo sviluppo di filiere europee per batterie e semiconduttori. Secondo Draghi, “ciò non è accaduto“.

Le conseguenze negative di questa impostazione ideologica sono già visibili: il parco auto europeo, forte di 250 milioni di veicoli, sta invecchiando anziché rinnovarsi, e le emissioni di CO2, di conseguenza, sono diminuite solo marginalmente negli ultimi anni. Un fallimento basato su presupposti che si sono rivelati errati.

Un Appello alla Cautela: Sospendere l’AI Act

In un’epoca che spinge per una regolamentazione sempre più rapida del mondo digitale, Draghi lancia un sorprendente appello alla cautela. Nel suo mirino finisce l’AI Act, la nuova legge europea sull’intelligenza artificiale, definita come “un’ulteriore fonte di incertezza”.

La sua raccomandazione è drastica e specifica: sospendere l’implementazione della prossima fase della legge, quella che riguarda i sistemi di IA considerati “ad alto rischio” in settori critici come la sanità e le infrastrutture. Il suo intervento è tutt’altro che casuale, arrivando proprio mentre Bruxelles ha messo in cantiere un nuovo disegno di legge “Omnibus” per semplificare il quadro normativo tech.

Il motivo di questa richiesta non è un’opposizione alla regolamentazione in sé, ma la necessità di un’analisi più approfondita. Secondo Draghi, è imperativo fermarsi “finché non saranno meglio compresi i possibili effetti negativi“. Un invito a privilegiare la prudenza rispetto alla fretta di normare una tecnologia tanto potente quanto complessa.

Conclusione: L’Europa al Bivio, di Nuovo

L’analisi di Mario Draghi a un anno dal suo rapporto non è una semplice critica, ma un avvertimento finale e senza appello. Il messaggio è che continuare con il “business as usual” non è più un’opzione, ma una scelta deliberata di rassegnarsi al declino. Dalla competitività alla transizione verde, fino alla politica digitale, è necessario un cambio di passo radicale e immediato.

Share This Article
Svolgo la professione di Dottore Commercialista e di Revisore Contabile. Mi interessa molto la materia della Finanza Pubblica. Sono appassionato di tecnologia. Sempre pronto al confronto!
Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *